15. September 2019 18:00 Uhr

Kulturfabrik Becker & Funck, Düren

Die Meister der "Seconda prattica"

Madrigale von Monteverdi und Marenzio

La Compagnia del Madrigale
Rossana Bertini und Francesca Cassinari – Sopran
Elena Carzaniga – Alt
Giuseppe Maletto und Raffaele Giordani – Tenor
Daniele Carnovich – Bass

copyright Giorgio Vergnano

Dieses Programm beleuchtet die Entwicklung des Madrigals in der zweiten Hälfte des 16ten Jahrhunderts am Beispiel der Komponisten, die diese Entwicklung maßgeblich vorangetrieben haben. Monteverdi nennt die neue Schreibart „seconda prattica“. In ihr werden die strengen Regeln des Kontrapunktes freier behandelt, gewagte Dissonanzen und Chromatik kommen dazu und dies alles mit dem Ziel, das Gefühl des gesungenen Wortes so gut und stark wie irgend möglich in Musik auszudrücken. Begonnen hat damit der flämische Komponist Cipriano de Rore, die „Schlüsselfigur der gesamten Entwicklung des italienischen Madrigals ab 1550“ (Alfred Einstein). Giaches de Wert, ein Schüler de Rores, entwickelte in seinen dramatischen Texten wie „das befreite Jerusalem“ von Torquato Tasso einen eher theatralischen Stil, welcher sich in Deklamationen und starken Gegensätzen manifestiert. Luca Marenzio war der zu seiner Zeit versierteste und meist gefeierte Madrigalkomponist, der sich durch einen weichen, eleganten Kontrapunkt auszeichnet; abgewechselt wird dieser mit zärtlichen Akkordgängen und einer sinnlichen Schönheit, welche sich sowohl bei seinen fröhlichen wie auch bei seinen traurigen, pathetischen Kompositionen perfekt zusammenfügt. Der nur wenige Jahre jüngere Claudio Monteverdi sammelt das Erbe dieser großen Meister und führt das mehrstimmige Madrigal schließlich zu größtmöglicher Ausdruckskraft und Schönheit.

Programm
Luca Marenzio Come inanti dell’alba ruggiadosa I libro a 6, 1581
Cipriano de Rore Alma Susanna Le vive fiamme, 1565
Luca Marenzio Ecco che’l ciel a noi chiaro e sereno V libro a 6, 1591
Claudio Monteverdi Dolcemente dormiva la mia Clori II libro, 1592
Cipriano de Rore Dalle belle contrade d’oriente V libro a 5, 1566
Claudio Monteverdi Cruda Amarilli V libro, 1605
Luca Marenzio Liquide perle I libro a 5, 1581
Giovanni de Macque Baciami vita mia II libro Madrigaletti, 1582
PAUSE
Claudio Monteverdi Ecco mormorar l’onde II libro, 1592
Claudio Monteverdi Longe da te, cor mio IV libro, 1603
Giaches de Wert Sovente allor VIII libro a 5, 1586
Claudio Monteverdi Mentre io mirava fiso II libro, 1592
Claudio Monteverdi Non più guerra IV libro, 1603
Luca Marenzio Filli, volgendo i lumi VIII libro a 5, 1598
Claudio Monteverdi Zefiro torna VI libro, 1614

La Compagnia del Madrigale ist heutzutage das angesehenste Madrigalensemble der internationalen Alten Musik Szene. Die Gruppe wurde 2008 auf Initiative von Rossana Bertini, Giuseppe Maletto und Daniele Carnovich gegründet: nachdem die Drei über 20 Jahre in unterschiedlichen Ensembles zusammen gesungen hatten, luden sie Francesca Cassinari, Elena Carzaniga, Raffaele Giordani and Marco Scavazza ein, mit ihnen La Compagnia del Madrigale zu gründen. Seit 2011 hat das Ensemble zahlreiche CDs eingespielt mit Musik von Gesualdo, Marenzio, Monteverdi. Cipriano de Rore und Orazio Vecchi. Die meisten dieser Einspielungen wurden mit Preisen überschüttet wie Diapason d’Or, Choc of Classica, Cd of the Week of the Sunday Times, Choral & Song Choice of BBC Music Magazine, Amadeus Schallplattenpreis, Record Academy Award 2017, Gramophone’s Editor’s Choice sowie den Preis der Deutschen Schallplattenkritik. Das Ensemble singt bei den bedeutendsten Musikfestivals wie MiTo, Unione Musicale Torino, Schwetzinger SWR Festspiele, RheinVocal, sowie in berühmten Konzertsäälen wie der Wigmore Hall, Kölner Philharmonie, Essen Philarmonie, Victoria Hall in Geneve, Musée d’Orsay in Paris, Pontificio Istituto di Musica Sacra in Rome.

Die Texte:

Come inanti de l’alba ruggiadosa
La bella luce sua n’apporta Clori,
E de’ più bei colori
Raccende il ciel con ogni parte ascosa;
Indi, scoprendo il suo leggiadro viso,
Apre quanto di bel ha’l Paradiso.

Così questa, di cui canto gl’ honori
Esce, ed uscendo il cielo,
Scintillar fa de’ primi almi splendori
A Vener’ e gl’Amori
Rinforza forza e amoroso zelo.
Indi ogni oscuro velo
Ne sgombr’ intorno a l’alm’e al suo apparire,
Giacinti, gigli e rose fa fiorire.

Alma Susanna, ben felice è ‘l core
Ch’arde del vostro amore,
Sì dolce è ‘l guardo de’ begl’occhi ardenti
Sì sagge le parole
E sì soave è ‘l grazioso riso
Che può quetar i venti,
Fermar i fiumi e ‘l sole
Ed in terra mostrarne il paradiso.
Poi tra tanta beltà, tanta virtude
Sovra l’umana usanza
La bell’anima vostra alberga e chiude
Ch’ogni pensier avanza.
Dunque Susanna, ben felice è ‘l core
Ch’arde del vostro amore.

Ecco che ‘l ciel a noi chiaro e sereno
torna a mostrarsi: ecco la bella Clori
ch’orna la terra de’ più vaghi fiori
all’amato Favonio aprendo il seno;
ecco le liete piagge e ‘l prato ameno
che mirra e croco e altri grati odori
spirano intorno, e i pargoletti Amori
scherzando van per questo bel terreno.
Ecco che mille augei con dolci accenti
cantando a prova in cima a queste rive
risentir fan le valli, i fiumi e i fonti,
poi che co’ raggi più che mai lucenti
Febo, Ciprigna e l’altre vaghe dive
tornano a far soggiorno in questi monti.
Girolamo Troiano

Dolcemente dormiva la mia Clori
e intorn’al suo bel volto
givan scherzand’i pargolett’amori.
Mirav’io da me tolto,
con gran diletto lei,
quando dir mi sentei: stolto, che fai?
tempo perduto non s’acquista mai.
Allor io mi chinai così pian piano
e baciandole il viso,
provai quanta dolcezz’ha il paradiso.
Torquato Tasso

Dalle belle contrade d’oriente
Chiara e lieta s’ergea Ciprigna, ed io
Fruiva in braccio al divin idol mio
Quel piacer che non cape umana mente,
Quando sentii dopo un sospir ardente:
«Speranza del mio cor, dolce desio,
T’en vai, ahime, sola mi lasci, addio.
Che sarà qui di me, scura e dolente?
Ahi, crudo Amor, ben son dubbiose e corte
Le tue dolcezze, poi ch’ancor ti godi
Che l’estremo piacer finisca in pianto».
Né potendo dir più, cinsemi forte,
Iterando gl’amplessi in tanti nodi,
Che giammai ne fer più l’Edra o l’Acanto.

Cruda Amarilli, che col nom’ancora
D’amar, ahi lasso! amaramente insegni,
Amarilli, del candido ligustro
Più candida più bella,
Ma de l’àspido sordo
E più sorda e più fèra e più fugace,
Poi che col dir t’offendo,
i’ mi morrò tacendo.

Liquide perle Amor da gl’occhi sparse
In premio del mio ardore;
Ma lass’ ohime che’l core
Di maggior foco m’arse
Ahi, che bastava solo
A darmi morte il primo ardente duolo.
Lelio Pasqualino

Baciami vita mia,
Baciami vita,
Baciami ancor,
Ch’Amor a baci invita,
Ecco ti bacio,
E ti ribacio,
E poi ti lascio l’alma,
Fra bei labbri tuoi.

Ecco mormorar l’onde
e tremolar le fronde
a l’aura matutina e gl’arborscelli.
E sovra i verdi rami i vaghi augelli
cantar soavemente
e rider l’oriente,
ecco già l’alba appare
e si specchia nel mare
e rasserena il cielo
e imperla il dolce gelo
e gl’alti monti indora.
O bella e vaga aurora,
l’aura è tua messaggera e tu de l’aura,
ch’ogn’arso cor ristaura.
Torquato Tasso

Longe da te, cor mio, 
struggomi di dolore, 
di dolcezza e d’amore. 
Ma torna omai, deh, torna! 
E se’l destino strugger vorammi ancor a te vicino, 
sfavilli e splenda il tuo bel lume amato,
ch’io n’arda e mora; e morirò beato.

Sovente, allor che su gli estivi ardori

giacean le pecorelle a l’ombra assise,
ne la scorza de’ faggi e de gli allori

segnò l’amato nome in mille guise,
e de’ suoi strani ed infelici amori
gli aspri successi in mille piante incise,
e in rileggendo poi le proprie note

rigò di belle lagrime le gote.

Indi dicea piangendo: “In voi serbate

questa dolente istoria, amiche piante;
perché se fia ch’a le vostr’ombre grate
giamai soggiorni alcun fedele amante,
senta svegliarsi al cor dolce pietate

de le sventure mie sí varie e tante,

e dica: `Ah troppo ingiusta empia mercede
diè Fortuna ed Amore a sí gran fede!’
Torquato Tasso

Mentr’io mirava fiso
de la mia donna gl’occh’ardenti e belli,
due vaghi spiritelli
fiammeggiando n’uscir a l’improviso,
e leggiadretti e snelli,
facendo mille scherz’e mille giri,
mille fughe d’intorno
e mille aguati dentr’al sen adorno,
mi trassero dal cor mille sospiri,
onde con dolc’ed amorosi lai,
pietà, pietà, gridai.
Torquato Tasso

Non piú guerra, pietate,
pietate, occhi miei belli,
occhi miei trionfanti! A che v’armate
contr’un cor ch’è già preso, e vi si rende?
Ancidete i rubelli,
ancidete chi s’arma e si difende,
non chi, vinto, v’adora.
Volete voi ch’io mora?
Morrò pur vostro, e del morir l’affanno
sentirò sí, ma sarà vostr’il danno.

Filli, volgendo i lumi al vago Aminta,
Dal profondo del cor trasse un sospiro,
E disse: “Aminta, io t’amo; e questa mano
Sia pegno del mio amor, de la mia fede
Con ch’ora a te mi lego; e per lei giuro
Che d’altri non saro se tua non sono.”
Tacque: e i begl’occhi gravidi di perle
Di purpureo color fur tinti intorno;
E ‘l fortunato Aminta a lei sol rese
Per parole sospir, per gratie pianto.
Torquato Tasso (Versi sciolti)

Zefiro torna, e ’l bel tempo rimena,
e i fiori e l’erbe, sua dolce famiglia,
e garir Progne e pianger Filomena,
e primavera candida e vermiglia.
Ridono i prati, e ’l ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia;
l’aria e l’acqua e la terra è d’amor piena;
ogni animal d’amar si raconsiglia.
Ma per me, lasso, tornano i più gravi
sospiri, che dal cor profundo tragge
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;
e cantar augelletti, e fiorir piagge,
e ’n belle donne oneste atti e soavi
sono un deserto, e fere aspre e selvagge.
Francesco Petrarca